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2007


Ufficio virtuale, problemi reali
di Roberto Venturini

D'accordo che il nuovo lavoro è nomade e atipico, ma del bimbo urlante accanto al pc che cosa ne facciamo? Qualche soluzione empirica e una buona idea (andata a monte)

Quando chiacchiero con la mia anziana madre, cresciuta nell’ordinato mondo delle aziende strutturate e stabili, ho a volte delle difficoltà a spiegarle il disordinato e instabile procedere della società in cui ci tocca di vivere. La faccenda dei lavori temporanei, della virtuale impossibilità di rientrare nel mondo del lavoro una volta sparati fuori a una certa età, delle aziende diventate anch’esse virtuali, dell’indifferenza della fisicità della sede operativa… sono concetti che fa fatica a inquadrare – al di fuori del concetto di anomalie rispetto a un naturale ordine delle cose che ci vuole tutti i giorni seduti a una scrivania ben identificabile, all’interno di una azienda solida, con l’occhio teso a una pensione il meno incerta possibile.

Lei che la pensione ce l’ha questa fatica a capire può anche farla. Per il resto di noi, invece, è giocoforza accettare e farci più o meno piacere un mondo lavorativo completamente destabilizzato, dove si intrecciano precarietà, nomadismo, il ricorso all’attività consulenziale per motivi totalmente opposti(scelta di vita o scelta di sopravvivenza), l’irrompere di Internet che ha tolto molto senso al concetto di sede, di ufficio, di gente ammassata in un unico luogo giorno dopo giorno.

Io da anni vivo felice senza un ufficio: per amore filiale lascio perdere quando mia madre sostiene che io “lavoro da casa” quando io in realtà ormai lavoro da ogni luogo, sul bus, dai clienti, in aereo, dalla barca o da un bar. Non posso certo spiegarle che in fondo sono un “neo beduino”. Bisogna ammettere che la tecnologia può darci molto – in termini di connettività ubiqua e di accesso a una mole infinita di dati, informazioni, connessioni e relazioni che ci permettono di lavorare qualitativamente e quantitativamente come mai prima nella storia. Bisogna ammettere che la tecnologia non può però darci tutto.

Anzi, alcune delle cose più preziose non ce le può dare. Ad esempio la tranquillità. La concentrazione. La focalizzazione delle nostre risorse mentali. Tutti aspetti fondamentali per riuscire a quagliare: sapeste che fatica sto facendo a concentrarmi e a terminare quest’articolo, con la mia signora e mia madre intenti a combattere in corridoio per condurre i due irriducibili figli al riposo notturno. E dato che è notte e fa freddino, non posso pensare (con tutto il supporto tecnologico del mondo) di andarmene a lavorare su una panchina di fronte al mare, o in un bar, o in biblioteca. Io sono ancora fortunato dato che, essendo in ritardo per la consegna di questo pezzo, ho ben due persone pronte a filtrarmi e a regalarmi un po’ di tempo e di concentrazione sul lavoro (a buon rendere).

In molti casi la famiglia si è ridotta a un unico genitore. E in tanti casi questo genitore (in genere questa) “lavora da casa”, il che vuol dire che deve cercare di eseguire complicati numeri di funambolismo gestendo bambino e lavoro, ad esempio lavorando velocissimamente nei rari e brevi pisolini del figlio piccolo, mentre i nonni – se ancora sopravvivono – sono magari a centinaia di chilometri di distanza. Ci si trova di fronte al dilemma se lavorare per pagare una baby sitter o non riuscire a lavorare affatto finché il bambino non va all’asilo al mattino e a qualche altra terapia occupazionale fino al tardo pomeriggio.

Le possibilità offerte dalla tecnologia e i vincoli posti da famiglie destrutturate stanno dunque portando all’orizzonte un nuovo settore di business, quello degli uffici virtuali. Spazi dove per un’ora o mezza giornata o 8 ore al giorno, possiamo trovare un angolino tranquillo, una presa di corrente, una sedia, una superficie su cui appoggiare il portatile, qualche genere di conforto, un caffé, un microonde. Se negli Stati Uniti nascono vere e proprie catene di spazi aperti a lavoratori telematici o forse nomadi, in molti altri paesi sono spazi più tradizionali che stanno iniziando ad allestire aree consone a supportare le necessità di questi nuovi lavoratori. Dalla tradizionalissima biblioteca, che offre ora il WiFi gratuito, al mio ufficio virtuale favorito: un locale della catena Starbucks, posto in posizione centralissima a Barcellona.

Un po’ nascosto dai flussi turistici, e quindi poco affollato, ha un secondo piano allestito a sale riunioni (due tavoli da 12 posti, tavolini per riunioni più piccole, accesso WiFi a caro prezzo, e secondo me tra un po’ ci mettono pure dei videoproiettori). Lo scenario, in un martedì mattino, è una stratigrafia dell’evoluzione imprenditoriale. Al basso della scala evolutiva un po’ di studenti sprofondati – libro o laptop sulle ginocchia – nelle poltrone avvolgenti. Si sale con un certo numero di startuppari che a gruppetti di due, massimo tre, si raccolgono in modo carbonaro attorno ai tavolini piccoli, cercando di inchiodare un business plan che stia in piedi (oggigiorno più di una pizzeria che di una web company). Giovani imprenditori che guardano con invidia quelli riuniti attorno ai tavoli grandi, generalmente indaffarati in presentazioni tra agenzia/fornitore/consulente-strutturato-ma-senza-fissa-dimora e cliente-nomade-e-attento-ai-costi. Ci si guarda, ci si ammicca, un po’ si ride e – Internet a parte – con 5 o 6 euro di consumazione pro capite (e qualche centinaio di calorie) una buona mattinata di lavoro la si mette insieme.

Ma il vero apice dell’evoluzione, quello che ritengo il modello killer, è quello della no profit americana Tworooms. Un luogo, posto nell’Upper West Side di Manhattan, che offre da un lato spazio per lavorare e dall’altro una nursery che si smazza i figli dei suddetti. E, tutto insieme, una community di utenti che condividono la stessa situazione. Una soluzione intelligente, che permette di lavorare senza l’ingombro del pupo, ma con la possibilità di controllarlo o di coccolarlo facendo solo pochi metri. Una soluzione tanto perfetta che ha già chiuso le porte e non prevede di riaprirle, nella migliore tradizione di milioni di ottime idee. Ma un’idea,quella di combinare tecnologia, spazio per lavorare e concentrarsi, isolamento e cura dei bambini che, coi tempi che corrono, mi sembra inevitabilmente destinata (almeno a medio termine) a rinascere e a diffondersi. Per permettere a milioni di “atipici” come noi nel mondo, di vivere/sopravvivere secondo quei modelli organizzativi flessibili e virtuali che Internet ci ha messo a portata di mano.

Fonte: http://www.apogeonline.com

2006


Specialstat, le statistiche con dialer

Nome: DialerJava
Autore: FAST TRACK Sp. Zo. O.

Specialstat.com è un servizio gratuito - si fa per dire… - di statistiche “professionali” per siti web, tanto che permette di monitorare, non solo le pagine viste, ma anche la provenienza e il paese in cui abita il visitatore del sito. Un ottimo servizio per chi, come me, vuole tenere sotto controllo tutto quello che accade, dal punto di vista statistico, nel proprio sito web. Il servizio è ottimo anche per chi vuole mostrare ai propri visitatori quanti utenti lo visitano.

Per tenere “sottocontrollo” il proprio sito web con Specialstat occorre copiare ed inserire nelle nostre pagine un codice Javascript, che registrerà tutti i movimenti dei nostri utenti. Se da una parte il servizio afferma di essere gratuito, alla fine non è oro tutto ciò che luccica: infatti, il codice che inserite nel vostro sito web, trasformerà questo in un distributore di dialer, quei “programmi” che effettuano connessioni a numeri a pagamento e che fanno alzare la nostra bolletta telefonica.

In altre parole, inserite il codice nel vostro sito e ogni utente che lo visita vedrà aprirsi una finestrella per scaricare un programma, che si scoprirà essere un alza bollette. A mandarmi la segnalazione sono stati i creatori Etnasci, che hanno installato il codice di Specialstatww.

Studiando il codice che Specialstat fa inserire ai propri utenti, se vede come questo faccia riferimento a http://www.specialstat.com/logo.asp?utente=[Codice identificativo del sito]. Ma quest’ultimo, a sua volta, richiamerà di nascosto una serie di pagine e codici, che porteranno, alla fine, a presentare al nostro visitatore una finestra per installare il dialer, salvato all’indirizzo http://deposito.hostance.net/dialer/[oscurato per sicurezza].exe.

In breve, se l’utente farà click su “Si” vedrà dirottata la sua connessione ad un numero a pagamento a tariffazione elevata. Il problema dei dialer è, tuttavia, limitato solo degli utenti con connessione analogica.

Se non volete diventare dei distributori, adesso, di dialer o, in futuro, anche di virus, ai vostri visitatori, rimuovete subito il codice di Specialstat e scegliete dei servizi di statistiche veramente gratuiti, come Google Analytics (vedi nel mio sito). I creatori di Etnasci hanno contattato Specialstat, ma non hanno ricevuto risposta, e credo che ci siano anche gli estremi per una denuncia.

ATTENZIONE Anche i webmaster che utilizzano Hiperstat, Freestat e Mystat devono cancellare il codice, perché tali servizi non sono altro che surrogati di Specialstat.

Fonte: http://www.salvatore-aranzulla.com


Che cos'è un Firewall

Un firewall è un software che crea una linea di difesa tra il proprio computer e Internet, monitorando i dati che partono e arrivano al PC per verificare che non siano potenzialmente dannosi. Non appena una comunicazione esce dai criteri di sicurezza, il firewall entra in azione e blocca - o consente di bloccare - lo scambio di dati. Un buon firewall, oltre a controllare se un programma tenta di accedere al PC dall'esterno, monitorizza anche se programmi installati sul PC tentano di connettersi a Internet e consente di regolarne l'accesso.

A COSA SERVE
Il firewall agisce sostanzialmente in due modi. Blocca o consente in automatico gli accessi da e per il PC elencando le sue azioni in un file (cosiddetto di "log"), oppure chiede espressamente all'utente, attraverso un avviso, quale azione deve intraprendere.

QUALI SONO I VANTAGGI
Nessuna intrusione indesiderata nel PC. Il Firewall è l'indispensabile complemento a Antivirus e Antispyware per contrastare le minacce provenienti dall'esterno: soprattutto dal web. Rileva, per esempio, gli attacchi generati da worm come CodeRed o Blaster.
Controllo sui programmi che accedono a Internet. In questo caso il Firewall lascia passare (o chiede se farlo) un qualsiasi programma che, per funzionare, deve connettersi al Web (si pensi ai lettori multimediali), ma impedisce che altri programmi dannosi come i trojan, possano agire.
Tutela della privacy.

Fonte: http://www.libero.it


Sono un libero professionista digitale
di Dario Banfi

Sta crescendo una nuova generazione di lavoratori della conoscenza: sono autonomi, specializzati e portatori di una nuova cultura tecnologica. Lavorano in rete e il loro ufficio è ovunque ci siano un Pc, un cellulare e una connessione. Il legislatore, però, non se n´è ancora accorto

È sempre rimasta un mistero per me l´assoluta mancanza di interesse, in Italia, per la relazione che sussiste tra lavoro intellettuale autonomo e Welfare State. In un momento storico in cui si discute animatamente della tipicizzazione del lavoro, dell´estensione dello Statuto dei lavoratori e della possibilità di rendere più regolato l´ingresso (o il rientro) nel mercato – basti leggere i recenti interventi di Pietro Ichino su LaVoce.info – resta ampiamente sottostimata la posizione di chi esprime professionalità avanzate e considera l´autonomia al centro della propria condizione lavorativa. Mi stupisce certamente perché faccio parte di questa classe di giovani professionisti, una generazione di lavoratori definiti al tempo stesso “flessibili” e “precari”, che in realtà però sono tali soltanto per differenza, rispetto a chi ricopre posizioni di lavoro diverse, incomparabili e in un certo senso inconciliabili.

Come me oggi esiste un nutrito numero di lavoratori che preferisco chiamare “della conoscenza” – o anche “capitalisti individuali”, fate voi, a seconda della vostra predilezione linguistica – che possiedono almeno tre tratti distintivi: portano in dote competenze e conoscenze specialistiche e di alto profilo, sono lavoratori autonomi che non hanno vincoli di subordinazione, fanno uso intensivo di tecnologie per l´esercizio della professione. In altri termini sono consulenti svincolati da un unico committente e in possesso di reali strumenti per fare tutto da soli. Meglio ancora, amano sperimentare nuove frontiere del lavoro autonomo, basato su tecnologie di nuova generazione. In un linguaggio direi quasi vintage, chi è senza grande fantasia continua a chiamarli “imprenditori di se stessi”. In realtà, però, non hanno alcuna impresa. E se anche ne avessero una sarebbe virtuale senza un ufficio inteso nella maniera classica o segretarie. A loro basta la propria conoscenza, un Pc, un cellulare e una connessione.

A me piace chiamare queste figure, in maniera ovviamente pretestuosa, “liberi professionisti digitali”. Sono consulenti che sanno intervenire attivamente nei processi di produzione del valore, sanno affiancare imprese e privati in base alle necessità concrete, con grande perizia, forti del sapere specialistico che sanno mettere in campo. E soprattutto parte dei loro cromosomi ha per alleli la tecnologia delle comunicazioni. Sto parlando dei liberi professionisti che hanno un Albo professionale di riferimento (giornalisti, ingegneri, architetti, geometri, avvocati ecc.), ma anche dei moltissimi specialisti che da cinque anni a questa parte Cnel sta cercando di censire: grafici, comunicatori, informatici, esperti di direzione d´impresa, formatori, fotografi ecc. Nell´attuale fase di transizione del mercato del lavoro e di difficoltà economica sono una fonte preziosa per un ampio numero di società, piccole e medie, inclusa la Pubblica Amministrazione locale, che non possono permettersi né grandi studi professionali né il tempo e le risorse per formare personale internamente, ma hanno bisogno di specializzazione e consulenza nell´ambito legale e normativo, amministrativo, manageriale, pubblicitario, informatico oppure sui nuovi fronti rappresentati dalla comunicazione, da Internet, dal commercio internazionale o dell´integrazione all´interno di un settore, di un territorio o dell´Unione Europea.

La loro forza sta nella capacità di sfruttare la tecnologia per allargare le reti di collaborazione, rispondere in maniera tempestiva ai bisogni, portare innovazione e semplificazione. Non è un caso che le più importanti iniziative associative e di tutela dell´autonomia di queste figure siano nate proprio nel contesto del terziario avanzato, là dove l´uso della tecnologia e la sensibilità verso la consulenza è più spiccata. Si dia uno sguardo ai servizi dell´Associazione dei Consulenti del Terziario Avanzato oppure dell´Associazione Informatici Professionisti. Entrambe, come in generale tutti quei segmenti più autentici delle associazioni professionali che tutelano realmente il lavoro autonomo, sono portatori di interessi nuovi. Mettono a fuoco le necessità più attuali di un professionista: miglioramento del sistema contributivo e fiscale, svecchiamento delle normative che facilitano gli investimenti personali in conoscenza e innovazione, ammortizzatori in caso di forti rallentamenti dell´attività. Sono questi i bisogni di un libero professionista digitale, punti che potrebbero far decollare e rendere finalmente sostenibili in Italia forme nuove di autonomia, finora ampiamente sottostimate e ricondotte impropriamente alla parasubordinazione.

In attesa che il legislatore e più in generale gli osservatori del Mercato del Lavoro comprendano la forza della categoria, questi professionisti i loro passi nella direzione giusta li stanno comunque già compiendo. Almeno in una direzione: la creazione di network. Superando la logica che privilegia il semplice raggio locale d´azione, puntano a creare reti e fidelizzare comunità di professionisti portatori di un valore specifico, di competenze, qualità e servizi integrati che aggiungono qualcosa al proprio network e alle proprie competenze lavorative. In altre parole sono in grado utilizzare Internet e hanno un´elevata dimestichezza con la tecnologia (in generale) che permette loro di creare gruppi flessibili di lavoro che rispondono alla necessità particolari delle imprese. Queste reti sono dei veri ammortizzatori della discontinuità per i lavoratori della conoscenza: sono paracaduti che attenuano gli effetti negativi in periodi di scarso lavoro, ma anche una risorsa incredibile a cui attingere in momenti di sovraccarico. Di questi network parla anche il sociologo Aldo Bonomi, chiamandoli reti lunghe.

In realtà non sono soltanto “lunghe”, ma disarticolate. Non hanno una forma distinguibile, bensì una trama che non si allunga o accorcia in catene di subfornitura, ma che si infittisce o dirada, mettendo a nudo anche le competenze trasversali dei professionisti. In tutto questo la capacità di assimilare il nuovo rappresentato dalla tecnica, dalle normative che la regolano, dalle opportunità che si aprono nei contesti produttivi, è il tratto distintivo del professionista digitale sia esso ingegnere o avvocato, formatore o giornalista freelance. Nella prefazione a Liberi Professionisti Digitali, Rosanna Santonocito parla anche di «nuova generazione» nel contesto delle famiglie che sfruttano le tecnologie. E non sbaglia, è certamente la generazione che per necessità e per virtù non solo farà da tramite con le vecchie nel trasmettere una nuova cultura tecnologica, ma dovrà mostrare e rendere concreto un nuovo modo di costruirsi e difendere una posizione lavorativa, diversa dal lavoro dipendente e tutelata sempre meno anche dai corporativismi di vecchia, troppo vecchia data.

Fonte: http://www.apogeonline.com


La Rete, i blog e la micromarca globale
di Antonio Tombolini

In Internet, selezionare un target significa il più delle volte far danni: il commercio elettronico del nuovo millennio nasce da relazioni spontanee tra persone. Apologia delle nicchie di mercato.

Sul finire del secolo scorso (era il 1999) mi capitava di essere invitato a convegni e conferenze a parlare di internet e di e-commerce, e di sentirmi spesso rivolgere questa domanda: che cosa fai per selezionare il target di riferimento più interessante per i tuoi prodotti?. La mia risposta era: niente. Lo era allora, lo è ancora oggi, in maniera ancora più convinta. In Rete, dicevo allora e ripeterei oggi, all'alba del terzo millennio, sarà sempre possibile trovare un numero sufficiente di persone che condividono uno stesso bisogno o desiderio o passione, per quanto esoterica e sofisticata possa essere, tale da farne un business.

Sei un appassionato di cavatappi? Di certo allora conosci The Virtual Corkscrew Museum, vera mecca per i collezionisti di tutto il mondo e global player di riferimento per la miriade di transazioni cui danno vita. Sei un patito del modding e la visione di un case aperto accende la tua libidine? Farai per Cooler Master e i suoi sistemi di raffreddamento della CPU lo stesso tifo che l'appassionato di formula 1 riserva alla Ferrari. Sei un audiofilo ammalato di high end hi-fi? Avrai senz'altro calcato più di una volta le tamarre pagine web del mitico Berry, leader riconosciuto di it.hobby.hi-fi, dove viene adorato e odiato con pari trasporto.

Questa è la rete, baby, e tu non puoi farci niente!, mi trovavo spesso a ripetere ai preoccupati consulenti marketing che, sul finire del secolo scorso, cominciavano a sentirsi minacciati da quell'oscura cosa che corrispondeva al nome di Internet e mi chiedevano lumi.

Oggi i blog.

Ho seguito con un po' di noia e ondivago interesse la querelle sul fatto se il blog possa o non possa, debba o non debba, avere a che fare col business. Ovvio che sì, perfino banale! Banale almeno quanto ci apparirebbe affermarlo di un'automobile (è solo per uso personale o anche per lavoro? Domanda idiota!, risponderemmo subito), di un cellulare, di un vestito. Così non è stato: schiere di blogger si sono schierati da una parte e dall'altra della barricata, flame surreali hanno animato la rete, inutilmente. Pazienza. Come spesso accade, la realtà si è incaricata di porre fine a una discussione inutile: esistono blog di ogni genere, dal diario personale in stile adolescente incompreso, al fake-blog tanto milionario quanto inutile della mega-corporation che della Rete non ha capito niente.

Blog e business, blog per il business, blog per il lavoro, dunque è possibile. Ma è anche utile? Sì. Per gli stessi motivi per cui nel 1999 un sito web poteva essere utile per un'azienda. La novità del blog consiste semmai in una fortissima accentuazione dell'aspetto personale, individuale e individuabile, che la forma-blog richiede per la sua efficacia, anche quando si tratta di uno strumento di business. Sono noti gli esempi di fake-blog caduti nel ridicolo, da The Zero-Movement di Coca Cola (costretta poi a scoprire le carte) al più subdolo Lincolnfry messo in piedi nientepopodimenoché da McDonald's.

Più istruttivi ancora i pessimi esempi di seriosi corporate-blog, affidati all'agenzia specializzata di turno (di solito le classiche agenzie media del vecchio mondo, che della rete non sanno un tubo, ma si danno una ripittata per l'occasione e per ingollare il budget): dal blog di Hu Yoshida (Hitachi), a Open for discussion, ancora di McDonald's, la lista sarebbe assai nutrita. Categoria Super-Boring-Blogs, blog noiosissimi. Perché fanno così? Semplice: evidentemente tra le migliaia di persone che lavorano per loro non c'è n'è una entusiasta e appassionata abbastanza di ciò che fa per parlarne in un blog, e così devono ricorrere ai servizi della famigerata agenzia specializzata, coi risultati che ciascuno può immaginare.

All'opposto, per dire, Scobleizer, di Robert Scoble, blogger in nome e per conto di una delle più odiate aziende della Rete, Microsoft: è lui l'esempio migliore e più autentico di corporate blog su vasta scala.

Come spesso accade, però, il fenomeno vero è quello meno visibile: è quello dei mille e mille blog che stanno veicolando un concetto nuovo di vita e di lavoro, e stanno creando la Micromarca Globale. Chi non conosce ancora Stormhoek, produttore di vino sudafricano che si promuove sul Web con un blog? E il vero intenditore di eleganza classica maschile può oggi permettersi di ignorare Thomas Mahon, col suo English Cut, e i suoi formidabili abiti su misura da 4.000 sterline l'uno? E non è già, nel panorama italiano, una micromarca globale allo stato nascente Parco dei Buoi col suo abbonamento all'orto o San Lorenzo col suo Pesto al blogger? [Disclaimer: trattasi di volgare autocitazione, visto che queste ultime sono due mie operazioni].

Piccole marche globali: questo è il mantra giusto veicolato dai biz-blogs ben fatti. Io ci credo, ed è questa l'idea al centro della mia Simplicissimus Blog Farm. Lo strumento, il blog, è (relativamente) nuovo. Le motivazioni di fondo, invece, sono le stesse del secolo scorso, quelle legate alla rivoluzione che la rete ha innescato e provoca nella nostra stessa concezione del lavoro, degli affari, del commercio.

Ne scrivevo proprio nel 1999 nella prefazione all'edizione italiana di Cluetrain Manifesto, con cui mi piace concludere: «Noi, uomini liberi, chiediamo al Business un passo indietro, e Internet è la nostra arma. Vogliamo che il Business rinunci alla invasione totalizzante di ogni aspetto dell'esistenza, e torni ad essere, com'era pure stato a tratti (nel Rinascimento italiano, soprattutto), uno dei momenti della vita, uno dei modi della relazione tra persone, fin quasi un pretesto per entrare in dialogo con gli altri. Si va al mercato per comprare e per vendere. Ma questa nobile attività commerciale può essere strumentale e funzionale all'incontro, facendo dell'incontro e del dialogo tra le persone il suo stesso scopo. Per questo si andava al mercato, per incontrare persone, comprando e vendendo».

Antonio Tombolini nasce a Loreto nel 1960, si laurea in legge col massimo dei voti (ci tiene), è via via export manager assistant, marketing manager e infine managing director di diverse aziende. Incontra Internet, molla tutto e nel 1997 fonda Esperya, che viene poi ceduta a Kataweb. Oggi è il responsabile della divisione web della San Lorenzo di Imperia e creatore della Simplicissimus Blog Farm.

Fonte: http://www.apogeonline.com


Google memorizza tutto, ma solo il 23% degli utenti lo sa

Nei suoi cookie registra indirizzo IP, cronologia delle ricerche, siti visitati e contatti. ''Ne saprà di te più di quanto tu ne sappia'' dice il numero uno Eric Schimdt

Roma, 25 gen. (Ign) - Google memorizza ricerche e informazioni 'personali'. Ma in quanti lo sanno? Secondo una ricerca effettuata su oltre 1000 navigatori dal Ponemon Institute, il 77% è ignaro che ciò avvenga e che si diventi automaticamente 'schedati' e rintracciabili. I cookie che il motore di ricerca crea e lascia nel suo archivio hanno infatti una vita molto lunga: 'moriranno' nel 2038 e all'interno c'è memorizzato l'indirizzo IP di chi ha premuto sul tasto 'Cerca'. E non solo: recentemente è stato introdotto un servizio che memorizza la cronologia delle proprie ricerche, seguite da eventuali acquisti, contatti, email consultate. Così come ha detto Eric Schmidt's, numero uno del celebre motore di ricerca: ''Creeremo un Google che ne saprà di te più di quanto tu ne sappia''.

Ora il dilemma di Google qual è? Trovare il modo di rimanere 'puliti' nonostante si memorizzino informazioni di questo genere, oppure più semplicemente sperare che la maggior parte degli utenti continui a non interessarsene? Secondo un'altra ricerca, il 56% di chi utilizza Google si è detto certo che i dati non finiranno nelle mani delle amministrazioni governative, mentre un 14% addirittura considera questo 'database' molto importante per combattere i criminali e per questo andrebbe fatto visionare a chi di dovere, polizia o FBI che sia.

Fonte: http://notizie.supereva.com


Si paga con carta di credito e i costi non cambiano
Necessario però scaricare un software dal sito delle Poste

La raccomandata si invia dal Pc
e presto si spedirà dal cellulare

ROMA - Da oggi per inviare una raccomandata non sarà più necessario andare alle Poste: basterà scaricare un software apposito sul pc di casa per poter fare la spedizione, allo stesso costo. E, presto, il servizio potrebbe essere esteso anche ai telefonini, a cominciare dai "palmari". "E' un progetto al quale stiamo lavorando - dice l'Ad di Microsoft Italia Marco Comastri - e attraverso un cellulare che abbia il software specifico sarà possibile rendere questa funzione con tutti i vantaggi della mobilità".

Il nuovo servizio lanciato oggi da Poste Italiane è nato dalla collaborazione con Microsoft. Per spedire la missiva in formato elettronico dal proprio pc in Italia, grazie alle applicazioni di Microsoft Office basta scaricare il software necessario, disponibile sul sito di Poste italiane (www.poste.it). "Inviata la lettera - ha spiegato l'ad della società Massimo Sarmi - ed attendere la ricevuta di spedizione all'indirizzo di posta elettronica "postemail" che l'azienda offre gratuitamente ai clienti".

Il servizio è disponibile 24 ore su 24 , 7 giorni su 7 e permette di chiedere l'avviso di ricevimento con posta ordinaria o Posta prioritaria ma anche di predisporre liste di indirizzi di destinatari utilizzando l'apposita rubrica di Microsoft Windows, inviare raccomandate ai titolari di caselle postali, disporre, sul proprio pc, di un archivio elettronico con tutte le raccomandate spedite on line, verificare al momento dell'invio la correttezza del codice di avviamento postale.

Per quanto riguarda il prezzo del servizio, un documento, assimilabile ad una busta fino a venti grammi, costerà 3,50 euro. Pari cioè al costo attuale per una spedizione effettuata con il metodo tradizionale. Tra i vantaggi anche quelli relativi alle diverse opzioni di pagamento: sarà possibile farlo online "in totale sicurezza", con le principali carte di credito (VISA e MasterCard). Ma anche con le carte postepay.

"L'investimento di Poste in questo progetto è relativamente modesto", ha spiegato Sarmi ricordando che il piano strategico 2006-2008, approvato ieri, prevede investimenti per i prossimi tre anni, nell'ordine di 750 milioni di euro. "Gran parte di questi - ha precisato - sono destinati proprio alle tecnologie e per la parte dell'Information Technology".

2005


Una falsa e-mail di Bancoposta richiedeva un
aggiornamento dei codici riservati: la truffa sventata in extremis


Il "phishing" sbarca in Italia
attacco al sito delle Poste

di Massimo Canevari

ANCHE in Italia si apre la stagione della pesca. Non quella praticata dalle sponde di un ameno ruscello primaverile, ma l'altra, fraudolenta, che sfrutta gli incauti al guado del fiume del web. Stiamo parlando del phishing, tecnica di captazione di codici segreti di accesso a risorse finanziarie disponibili online, come conti correnti bancari o postali ed account di banche dati, solitamente praticata mediante invii di convincenti messaggi di posta elettronica. La notizia di questi giorni è che il fenomeno si è per la prima volta pericolosamente italianizzato, essendo stata diffusa in rete un'email richiedente un fantomatico aggiornamento dei codici riservati con la quasi perfetta riproduzione dei colori e dei simboli grafici del sito Internet di Poste Italiane. La quale, avvertita nelle prime ore insieme alla Polizia Postale da alcuni navigatori avveduti, ha reagito con immediatezza facendo chiudere i siti civetta ai quali erano subdolamente indirizzati i dati raccolti.

Di phishing internazionale, destinato al mondo anglosassone ma tracimato nelle nostre mailbox, ne avevamo già visto: dai tentativi di adescamento dei possessori di carte di credito a quelli dei clienti di eBay. Per non parlare delle svariate e fantasiose riedizioni di missive, congegnate secondo le trame psicologiche del più scaltro social engineering (manipolazione delle emozioni che corrono online), contenenti la richiesta del solito "piccolo contributo" indispensabile allo sblocco di somme di denaro fiabesche, da dividere con l'ereditiero di turno. Ma stavolta si gioca in casa, con un taroccamento maldestro di uno dei luoghi del web più popolari e frequentati. Non ben riuscito, appunto, perché il phisher nostrano ha fatto partire la sua campagna di spam mirata ai possessori di carte PostePay o di un conto BancoPosta in gran ritardo, quando già le pagine create in un dominio appartenente ad un ignaro utente o quelle nascoste persino nel sito del Genoa Cricket e Football Club, anch'esso "bucato" per l'occasione, erano in procinto di essere cancellate.

Il link fraudolento (chiaramente evidenziabile al passaggio del mouse solo per chi si serve di Windows XP SP2) è stato cambiato più volte dal truffatore, ma i vari gestori dell'hosting ne hanno sempre prontamente bloccato la destinazione. In un caso, l'apertura della pagina target provocava persino l'inserimento di un Trojan (sorta di "spione" digitale) nel proprio computer.
Il phishing, nuova frontiera del raggiro in rete, è una delle più insidiose forme di truffe informatiche, che si serve di vere e proprie clonazioni di siti web molto noti (clamoroso, ma solo burlone, fu quello del Vaticano) o di massicci invii di email. Il fine è sempre quello: fare leva sull'ufficialità del mittente, il carattere spesso ultimativo dell'invito alla reazione ed il senso di urgenza del problema cui si dovrebbe sopperire, per carpire buona fede e sostanze del frettoloso distratto.

Occorre ricordare che un Istituto bancario, un Ministero od Ente che sia, non richiede mai al cliente o cittadino dati sensibili, riservati o personali, password o codici di pagamento mediante l'invio di una semplice email, magari farcita della minaccia di chiusura del rapporto nel caso di mancata risposta. L'educazione del navigatore medio alla pronta individuazione dei casi di phishing ed alla cautela verso il click su ogni link sospetto sarà sempre più d'obbligo, visto che a sentire l'eCommittee di Abi (che ha appena realizzato un decalogo antifrode) i titolari di conti correnti online sono passati dai quattro milioni e mezzo di fine 2003, agli oltre sei milioni del mese scorso. L'home banking è una gran comodità, ma occhio alla password.

Fonte: La Repubblica


Pay per click

Difendersi dalla click fraud

Un'azione legale contro Google porta alla ribalta il problema della certezza dei dati sul pay per click. La soluzione definitiva? Affidarsi a operatori autonomi.

L'ultima notizia è di questi giorni, ma il problema è ben più datato. Advanced Internet Technologies, società americana specializzata in servizi di hosting e housing, ha promosso un'azione legale contro Google. La prima udienza si terrà nel prossimo maggio e servirà per capire se la corte darà la possibilità di guidare una class action, cioè una causa comune, nei confronti del motore di ricerca. Con la class action, più soggetti si mettono insieme e fanno un'azione giudiziaria collettiva, costituendosi come parte civile tutti insieme e con la possibilità di essere rappresentati da uno stesso pool di avvocati. Negli Stati Uniti, la class action rappresenta uno strumento formidabile nelle mani dei consumatori contro le multinazionali e le grandi aziende. Per questo Google non dorme sonni tranquilli.

Ombre su AdWords
A finire sotto accusa, nello specifico, è il servizio pubblicitario AdWords di Google. Il suo funzionamento è noto: ad ogni clic degli utenti è associato una quota che l'inserzionista versa nelle casse di Google. Di per sé, una delle forme pubblicitarie di maggior successo sul Web. Ma con qualche problema. Infatti, quei clic devono essere monitorati con grande attenzione per evitare che siano creati clic fasulli ad arte da parte degli utenti o di software sviluppati appositamente. È il problema noto come click fraud.

I precedenti
L'annuncio di Advanced Internet Technologies può stupire soltanto i non addetti ai lavori. Infatti, la questione della veridicità dei dati di pay per click si trascina già da diverso tempo. L'estate scorsa la società americana Click Defense aveva denunciato un vero e proprio abuso di click da parte di Google. In sostanza, Google non farebbe abbastanza per capire da dove provengono quei clic - se siano cioè effettivi potenziali clienti oppure concorrenti o pirati del Web o software automatici. A primavera, la questione era stata sollevata da un privato cittadino in termini ancora più pesanti: un negoziante dell'Arkansas non se l'era presa solo con Google, ma con tutti i motori di ricerca che effettuano operazioni di advertising basata sul pay per clic. L'accusa era ancora più pesante di quella attuale: i motori di ricerca avrebbero fatto cartello per gonfiare artificiosamente il numero dei click sui quali gli inserzionisti sono chiamati a pagare le loro quote.

Un problema reale
Che si tratti di poca cura nella valutazione dei click o di un vero e proprio cartello, la questione certa è che gli inserzionisti non possono affidarsi soltanto ai numeri presentati dai motori di ricerca. Advanced Internet Technologies opera in servizi di hosting e housing: ha quindi tutti gli strumenti per poter verificare in proprio la corrispondenza dei click presentati da Google. Ma tutti gli altri? Non sempre si possiede in casa la tecnologia adatta per monitorare gli accessi, e la proposta di Advanced Technologies di ottenere da Google gli IP degli utenti che fanno click sembra poco percorribile. E il problema, sia ben chiaro, non riguarda solo Google, ma ogni iniziativa legata al pay per click.

La soluzione? Statistiche degli accessi
La soluzione definitiva, quindi, è quella di acquisire strumenti e piattaforme per monitorare le statistiche d'accesso al proprio sito. Non semplici report d'accesso, ma precise indicazioni sulla provenienza degli utenti al proprio sito, magari corredate dall'analisi del tasso di conversione, cioè dell'effettivo raggiungimento dell'obiettivo da parte dell'utente. Infatti, la valutazione da dare sul pay per click è duplice: da una parte, prima di tutto, la veridicità del dato dei click; dall'altra, la sua efficacia, perché di campagne pubblicitarie si sta parlando. In altre parole: che i click siano reali, e che portino dei risultati.

La scelta dell'operatore
Il terreno più difficile sul quale muoversi, infine, è la scelta dell'operatore che fornisca le statistiche d'accesso. Infatti, il monitoraggio fatto in casa delle provenienze al sito deve essere obiettivo, senza ombra di dubbio alcuno. Nella scelta dell'operatore, quindi, bisogna valutare con attenzione la totale assenza di qualsiasi commistione con interessi pubblicitari. Scegliere un operatore che abbia un interesse e un ritorno economico dai dati sui click è un po' come chiedere i dati di share e audience televisiva alle reti televisive stesse. L'indipendenza degli attori in gioco è fondamentale, perché dalla sicurezza dell'obiettività del dato nasce un rapporto fiduciario anche con le agenzie di pubblicità. Ne discendono migliori investimenti pubblicitari, ritorno economico per tutti, crescita del mercato Web. Sono da escludere quindi quelle società di statistiche che hanno partecipazioni o interessi nella pubblicità online. E a proposito di commissioni e interessi diversi è bene chiarire con fermezza che èuna questione di responsabilità del mercato delle statistiche online e della sua funzione di crescita dell'e-commerce e del movimento Internet nel suo complesso.

Fattura elettronica. Clausole su misura
Che cosa è la fatturazione elettronica
La recente circolare ha pertanto chiarito che la fatturazione elettronica nulla ha a che vedere con l'invio delle fatture come allegato di una e-mail: infatti, questa procedura di trasmissione delle fatture è da tempo utilizzata dalle imprese ed era da tempo consentita sulla base di precedenti provvedimenti della Agenzia delle entrate, purché all'invio telematico della fattura seguisse la sua stampa cartacea e la sua tradizionale archiviazione... >> continua

Una questione di accessibilità: il contrasto dei colori nella pagina web
di Raffaella Rossini
Perché una pagina web sia leggibile il colore di sfondo e il colore di primo piano devono essere sufficientemente “distanti”, ovvero la differenza di colore, per luminosità e distanza cromatica, deve essere più grande di una soglia determinata... >> continua

L'indice delle parole proibite
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All'inizio della mia carriera di designer ero spaventato, creativamente parlando, da alcune parole magiche che i miei clienti conoscevano e che, pronunciate, avevano il potere di distruggere ogni mia volonta' e slancio creativo >> continua

Spam: tutta colpa degli utenti?
di Bernardo Parrella
Secondo uno studio inglese, sarebbe il "cattivo comportamento e-mail" la causa prima dell'inarrestabile fenomeno >> continua

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Fuori dai motori di ricerca tedeschi i siti Web illegali
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Il corpo dell'informazione: Informazione Grafica Auto-Nomatica
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L'area dell'Information Technology costituisce un panorama ampio in cui le innovazioni tecnologiche sono frequentemente il parametro attorno al quale si costruiscono ragionamenti e pezzi di teoria, mentre la dimensione espressiva dell'informazione e' spesso intesa come una scelta stilistica piuttosto che una componente che riflette necessita' di tipo contenutistico oltre che funzionali >> continua

Come sarà Internet da qui a dieci anni?
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Alcuni esperti prevedono un "attacco devastante", mentre altri invitano a non esagerare e si preannunciano maggiori problemi su sorveglianza, privacy e copyright >> continua

Navigare senza pubblicità
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Su qualsiasi portale, sia esso di contenuti o di servizi, gli utenti sono sempre piu' tempestati dalla pubblicita' online, vediamo qualche metodo per eliminarla dalla nostra navigazione >> continua

 

2004

Tutti i colori del Web design
di Gianpaolo Lorusso
Alla base di un sito di successo c'è anche il giusto accostamento tra i colori utilizzati. Ecco alcune linee guida per non sbagliare questa difficile e soggettiva scelta. >> continua

Come vendicarsi dei truffatori online
di Paolo Attivissimo
Ci sono utenti che rispondono alle offerte-esca degli spammer, ma lo fanno per imbrogliare l'imbroglione. Dietro le quinte di una tentata truffa, con umorismo e psicologia come armi nella lotta al crimine via Internet. >> continua

Internet, dal 2 agosto domini ".it" liberalizzati per privati
A partire da lunedì 2 Agosto finalmente anche in Italia i privati cittadini maggiorenni (quelli che, per intenderci, non hanno partita IVA ma il solo codice fiscale) potranno registrare un numero illimitato di domini e quindi siti a targa ".it" anziché uno solo come avviene oggi.
(Reuters 16/7/2004)

ROMA (Reuters) - Dal 2 agosto chiunque potrà registrare domini Internet ".it" senza restrizioni, ha detto oggi a Reuters il Registro italiano dei nomi a dominio.

"Dal 2 agosto scatta la liberalizzazione, con largo anticipo rispetto ai pronostici", ha detto Franco Denoth, direttore dell'Istituto di informatica e telematica (Iit) del Cnr di Pisa che gestisce il Registro.

Dal 2 agosto, dunque, tutti i maggiorenni con codice fiscale -- e non più solo le persone giuridiche -- potranno registrare un numero illimitato di domini ".it". Al momento chi non ha una partita Iva può registrare un solo dominio del genere.

Il Registro, l'organismo che assegna i domini ".it", prevede una crescita del 25% nella registrazione dei domini ".it" quando la decisione sarà operativa.

Gates: l'open source toglie posti di lavoro
di Paolo Attivissimo
Bill Gates accusa l'open source di soffocare il mercato del lavoro per gli informatici e propone il software commerciale come garante della compatibilità. Curiose contraddizioni >> continua

Digital Factotum: la formazione del designer dei New Media
di Livio Milanesio
Il Digital Designer è quella figura professionale che progetta e realizza mezzi di comunicazione utilizzando gli strumenti messi a disposizione dall'informatica. Siti Web, modellazione tridimensionale, grafica e illustrazione digitale, applicazioni multimediali e interattive, videogiochi >> continua

Attenzione alle lettere di rinnovo domini

Sempre più spesso alcuni "fantomatici" Registrar Europei o Americani, inviano presso i domicili dei nostri clienti lettere che comunicano l'imminente scadenza del dominio. L'intento di queste lettere e' far pagare il rinnovo della sola registrazione presso il registrar che le ha spedite, operando al tempo stesso il trasferimento del dominio. Nella quasi totalita' dei casi il costo e' abbastanza elevato e non comprende alcun servizio quale il web hosting o e-mail, ma prevede il solo mantenimento della sola registrazione. Nel caso in cui il cliente, pensando di rinnovare il proprio dominio, effettui il versamento richiesto, autorizza in realta' il trasferimento del proprio nome a dominio presso l'altro registrar.

Il cliente che effettua il versamento si trova quindi nella seguente situazione:
ha pagato per un servizio diverso da quello che aveva e che probabilmente non gli serve;

si ritrova con il sito invisibile (il nuovo registrar non fornisce lo spazio web);

per avere di nuovo il proprio sito visibile, dovrà pagare un altro trasferimento (dal nuovo registrar al precedente).

Q-design non si schiera politicamente,
è solo nostro compito tenere al corrente i nostri utenti sulle possibili conseguenze di questa legge per la quale bisognerà attendere fine anno per una definizione completa.

La nuova legge 106/2004 - Il decreto Urbani

La legge e' stata approvata il 15 aprile 2004 (n. 106) e pubblicata sulla gazzetta ufficiale n. 98 del 27 aprile 2004.
http://www.senato.it/parlam/leggi/04106l.htm

La legge 106/2004 prevede il deposito legale anche per il Web
Multe fino a 1500 euro. Attesa per il regolamento

Nuovo obbligo per i siti Internet: Vanno registrati in biblioteca

ROMA - E' stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale la nuova legge sul deposito legale dei documenti. Se il regolamento attuativo non introdurrà significative eccezioni, entro sei mesi i gestori di tutti i siti Web italiani dovranno comunicarne i contenuti alle biblioteche centrali di Roma e Firenze, pena una multa massima di 1.500 euro.

La legge 106/2004, approvata lo scorso 15 aprile, fa rientrare nelle pubblicazioni per le quali esiste l'obbligo di deposito legale anche i "documenti diffusi tramite rete informatica". Una definizione abbastanza ampia da comprendere tutte le pagine Web totalmente o parzialmente prodotte in Italia. Allo stato dei fatti, dunque, chi gestisce un sito Internet ha l'obbligo di inviarne copia alle due biblioteche centrali.

La nuova normativa, che sostituisce completamente la vecchia legge 374/1939, contiene numerosi punti oscuri. Ad esempio, la sanzione per chi viola l'obbligo di deposito è commisurata al valore commerciale del documento. Sembrerebbe esistere, dunque, un'esenzione di fatto per chi produce pubblicazioni gratuite, ma non per chi gestisce siti a pagamento o per le pagine Web che ospitano inserzioni pubblicitarie. Non è chiaro, inoltre, se l'obbligo di deposito coinvolga anche gli aggiornamenti periodici dei siti.

Contro la nuova legge si è scagliata oggi l'Unione nazionale dei consumatori: "Centinaia di migliaia di utenti con un sito Internet", scrive l'Unione in una nota, "dovranno inviare ogni anno alle due Biblioteche centrali, per e-mail o dischetto, informazioni che per lo più cambiano o vengono aggiornate continuamente e che sono già a disposizione del pubblico". L'organizzazione prevede che "tutto si risolverà in un obbligo inutile e fastidioso", anche perché "le due biblioteche centrali di Firenze e di Roma non avranno materialmente la possibilità di gestire e catalogare la massa enorme di informazioni provenienti da centinaia di migliaia di siti".

La legge prevede, entro sei mesi, l'emanazione di un regolamento che stabilisca
"i casi di esonero totale o parziale dal deposito dei documenti". Al momento, il ministero dei Beni Culturali non commenta la possibilità di prescrizioni specifiche per i siti Internet.

a.b.
Repubblica 12 maggio 2004

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> Chiunque gestisca siti (anche amatoriali) deve avere 2 copie di ciò che pubblica depositate a Roma e Firenze. E' logico che così la maggioranza dei siti amatoriali e di associazioni, organizzazioni di volontariato, pagine personali, dovranno chiudere. La rete sarà riservata ai siti superprofessionali che potranno fare il bello ed il cattivo tempo. Si bloccherà la libera circolazione di notizie.

> È evidente che sarà impossibile monitorare ogni sito internet per controllare se sono state depositate le copie e se sono aggiornate, ma questa legge consentirà abbastanza facilmente di chiudere ogni sito che esponga una “linea di pensiero” che non concorda con chi detiene il potere al momento, uccidendo di fatto la “libera circolazione del pensiero” che esiste su internet e che lo ha reso così importante nella vita democratica di tutto l’occidente.

> Come sarà possibile per chi gestisce siti internet, anche amatoriali, continuare con la propria passione se dovrà depositare doppia copia di tutte le pagine di cui è composto il suo lavoro ad ogni piccola modifica che apporterà?

Che cosa è possibile fare?
- Una protesta telematica (NETSTRIKE).
Con questa azione (simbolica e nonviolenta) si invitano tutti gli utenti a collegarsi contemporaneamente al sito www.beniculturali.it dopo il 31 maggio si replica il 7 giugno, per dare voce alla protesta: "non accetteremo che questo decreto impedisca la libera circolazione delle idee e penalizzi la libertà e l'eguaglianza dei cittadini".


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31/05/04 - Flash
Il Netstrike ha colpito Inaccessibile il sito

Roma - Dopo alcune ore di accesso difficile, dalle 15 in poi il sito del ministero dei Beni culturali, www.beniculturali.it, è stato reso inaccessibile da una forte affluenza, frutto evidentemente della protesta telematica convocata per oggi tra le 15 e le 15.45. Mentre scriviamo il "girotondo telematico" organizzato dai Comitati Bo.Bi dovrebbe essersi concluso sebbene il sito del Ministero risulti al momento ancora irraggiungibile.


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> Il Netstrike è una manifestazione di massa di disobbedienza civile pienamente legittima e legale. Connetersi in migliaia di persone contemporaneamente a una determinata pagina web offre la possibilità, ricorrendo alle nuove tecnologie, di manifestare pubblicamente.
Un girotondo telematico è simbolo di una azione politica forte, una protesta pubblica che mira a rallentare, o bloccare temporaneamente, un determinato sito, senza CAUSARE ALCUN DANNO E SENZA TENTATIVI DI PENETRARE NELLA MEMORIA INFORMATICA.
E' esattamente come un girotondo reale che, temporaneamente, blocca una determinata strada. Come in quel caso il fatto di avvertire i vigili urbani e la questura permette di prendere i dovuti provvedimenti (chiusura del traffico e controllo dell'ordine pubblico), anche nel caso del Netrstike, il fatto di avvertire può permettere ai gestori del sito di prendere i dovuti provvedimenti (potenziamento della banda e dirottamento delle visite).

LA STORIA DEL NETSTRIKE
Cos'è un netstrike in parole povere?
Netstrike o piu' propriamente corteo telematico è una pratica di mobilitazione in Rete che consiste nell'invitare una massa considerevole di utenti possessori di accessi Internet e browsers a puntare i propri modem verso uno specifico URL a una precisa ora e ripetutamente in maniera tale da occupare un sito web fino a renderlo inutilizzabile almeno per il tempo della mobilitazione. Un'occupazione di banda simile ad un corteo fisico che occupa una strada fino a renderla inaccessible ad altri. Una massa di utenti che si collegano alla stessa ora tutti insieme su un determinato sito e riescono con collegamenti di massa a mandare in tilt il sito stesso quanto meno per il periodo di mobilitazione. Avete presente un corteo o un sit-in? Tante persone sfilano lungo una strada o sostano davanti a qualcosa impedendo con i loro stessi corpi il traffico di qualsiasi altra cosa o persona nello stesso tratto urbano. Qualcosa di simile in ambito virtuale...

Il Netstrike - cosi' chiamato perchè suona bene in inglese, ma che in realtà in italiano va tradotto come corteo telematico e non letteralmente in sciopero telematico come si potrebbe supporre - nasce dalle fervidi menti dell'associazione culturale sTRANOnETWORK quando nell'ormai telematicamente lontano 1995 Tommaso Tozzi propone un netstrike contro ben dieci indirizzi in contemporanea contro gli esperimenti nucleari francesi (erano i tempi del caso Mururoa). Ovviamente il netstrike fallisce parzialmente perchè ancora avevamo sottovalutato che malgrado si fosse agli albori di Internet in Italia, sarebbero stati necessari moltissimi navigatori per bloccare o rallentare un singolo indirizzo web.

Ben altro destino ha il secondo netstrike in favore di Mumja Abu Jamal e Silvia Baraldini nel maggio 1996 ! Vengono sinceramente i lucciconi agli occhi a rammentare come con la partecipazione determinante dei compagni finlandesi il server della Casa Bianca venne giu' come un castello di carte... :-)

Particolare successo ha avuto anche quello promosso dall'Anonymous Digital Coalition (1998) che ha visto bloccare alcuni siti finanziari messicani in sostegno alla lotta zapatista: veramente emozionante il clima che si respirava dentro il canale irc di coordinamento (irc e e-mail sono forse le principali vie di propaganda per questo tipo di mobilitazione) quando via via veniva verificato in tempo reale il crollo della funzionalità dei siti da bloccare in nome degli indios del chiapas.

Ma cosa vuol dire che un netstrike riesce? Quali sono le tecniche da considerare fedeli al suo spirito di origine? Sicuramente un netstrike funziona quando riesce nel suo intento tecnico - bloccare un sito - ma anche nel caso che non riesca al cento per cento ma che raccolga attenzione da mass media e opinione pubblica sulla causa che lo ha innescato. Le tecniche da considerare "conformi" al suo spirito di origine sono quelle per cui non ci puo' essere prova e capacità di distinzione durante il nestrike fra chi sta scaricando un sito per consultarlo e chi per bloccarlo.

Nel settembre del 1998 ha luogo uno dei netstrike meno riusciti. Netstrike globale contro Zedillo, il Pentagono e la Borsa delle Merci di Francoforte promosso da Electronic Disturbance Theatre con una forte partecipazione italiana. Il netstrike non riesce in quanto i promotori consigliano di utilizzare un applet java che viene a sua volta sfruttata da una contro-applet java del pentagono per mandare in crash la maggior parte dei pc partecipanti all'azione.

Nel dicembre 1998 Netstrike a favore del Centro Popolare Autogestito di Firenze contro un sito della Coop che andrà in crash a metà percorso del netstrike. Malgrado tecnicamente riesca perfettamente ha pochissimo risalto sulla stampa.

Nel maggio 1999 Netstrike contro la guerra nella ex-jugoslavia. Il netstrike tecnicamente non riesce ma la notizia circola molto sui giornali. È uno di quei casi in cui comunque il netstrike raggiunge lo scopo di far parlare di un determinato argomento.

Nel giugno 2000, malgrado una apparente scarsa partecipazione il Netstrike per bloccare il sito dell'OCSE riesce verso il finale del tempo di mobilitazione ed addirittura risulta inaccessibile anche per le 12 ore successive. È uno di quei casi in cui (in questo caso snd) viene proposta una nuova tecnica per portare avanti il netstrike: concentrare l'attenzione sul locale motore di ricerca per impegnare le risorse della macchina e renderla inutilizzabile.

È comunque il netstrike milanese a segnare la svolta ! In solidarietà contro gli sgomberi dei CSA milanesi il LOA riesce a convincere migliaia di web-surfers a intasare il server del Comune di Milano per piu' di tre ore (ottobre 2000). L'azione riesce completamente e convince definitivamente ampi settori del movimento italiano sull'utilità di questo strumento di protesta. C'è una ricaduta discreta sulla stampa locale e nazionale e grazie al netstrike si scopre una grave mancanza del server del Comune di Milano consistente nella messa online dei dati privati di molti suoi cittadini: la denuncia arriva anche al Garante della Privacy.

Il netstrike nel frattempo viene adottato da tantissime organizzazioni per gli ideali piu' disparati (contro la tut ma anche contro la vivisezione!) non solo in Italia (fra gli ultimi realizzati quello di Avana contro la censura in Rete e quello di Tommaso Tozzi e Giacomo Verde contro la pena di morte ma in tutto il mondo (Corea, Arabia Saudita, Medio Oriente ecc.) come forma di mobilitazione dai toni piu' o meno accesi e con risultati altalenanti.

Ricordiamo che i nostri comitati hanno già lanciato un netstrike il 19 febbraio 2002. In quella occasione, in collaborazione con il gruppo di NoBerluska, lanciammo l'idea di un Girotondo Telematico contro il sito del Ministro Castelli, www.giustizia.it , per protestare contro gli attacchi alla Magistratura che il Governo aveva intesificato. La data scelta (10 anni dall'inizio di Mani Pulite) servì ad attirare l'attenzione di tutto il mondo sull'evento, infatti più di un milione di persone parteciparono all'iniziativa. Questi dati sono stati ricavati dal monitoraggio che la Polizia Postale fece quel giorno, su indicazione del Ministero degli Interni. A seguito di ciò anche Gianfranco Mascia (coordinatore dei Bo.Bi) fu sotttoposto ad indagini giudiziali. Nel fascicolo di queste indagini, gli ispettori dell'Exopost fecero la clamorosa affermazione che "nell'ambito delle normali procedure di controllo nei confronti DEI SITI CONTRARI ALLA POLITICA DEL GOVERNO, siamo venuti a conoscenza del Netstrike...". Per dovere di cronaca, le indagini della Procura della Repubblica di Bologna, che tendevano a verificare se vi fosse ipotesi di reato, ai sensi dell’art. 617 quater c.p., per aver, tra l'altro, divulgato l'iniziativa del Girotondo Telematico al sito del Ministero della Giustizia, portarono all'archiviazione, e quindi ad un nulla di fatto, creando un precedente importante.


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